Thursday, January 11, 2007

Lasciatemi solo

Era tanto che non mi svegliavo così sobrio e riposato. Ero carico. E non pioveva. Matteo mi aspettava alla bancarella del trippaio in via dei cerchi. Addentammo due panini al lampredotto bagnati nel brodo e conditi con salsa verde. Andammo a prendere due raggi di sole tiepido sulle scalinate di Santo Spirito. Non smise un secondo di parlare. Mi raccontò la sua minifuga romana. Nessuna cubista. Nessuna amante. Era riuscito ad entrare in contatto con un parlamentare sardo amico di suo padre. Era riuscito a farsi ricevere, e lui gli aveva concesso un paio di minuti di udienza.
-Il segreto di stato era stato apposto irregolarmente- disse riportandomi dentro il maledetto elicottero.
Tirò fuori dalla borsa una serie interminabile di fogli e appunti.
-Ale abbiamo appena iniziato e gìà le stranezze in questa vicenda non si contano.-
-Hai…, appena iniziato-
Si pulì il viso dalla salsa che condiva la carne bollita, e gettò il tovagliolo con stizza.
-Tra sette giorni parto per Capoverde- aggiunsi fiero.
Da quel momento in poi parlò solo lui. Mi raccontò che un magistrato della procura di Cagliari era riuscito a forzare l’opposizione governativa, poiché la procedura seguita non era stata quella corretta.
Nulla avrebbe mai potuto giustificare la classificazione della disgrazia come “incidente” e sottoporre la vicenda alle norme per la tutela del segreto di Stato.
Ma nei giorni che portarono all’annullamento della prima archiviazione erano spariti molti documenti importanti.
-Qualcuno tentò di bloccare il caso dell’elicottero Condor 177 fin dall’inizio.- sentenziò gustandosi una marlboro a pancia piena.
Era riuscito a ottenere un nome. Tano Giacomazzi. Conoscevamo suo figlio Moreno da quando eravamo bambini. Nessuno, da piccoli, sapeva che lavoro facesse il padre.
-No mio babbo non c’è è imbarcato- era la frase che Moreno ripeteva un po’ a tutti, nascondendo la tristezza nel suo viso.
Tano stava lontano dalla famiglia per mesi. Poi, improvvisamente ricompariva ad Oristano. La sua passione era insegnare ai ragazzi a gocare a calcio. Era un uomo affettuoso e un allenatore perfetto per chi come noi tirava i primi calci al pallone.
Nessuno di noi due avrebbe mai immaginato che il nome di quell’uomo sarebbe saltato fuori in una circostanza simile.
Ne scoprimmo finalmente la professione.
-Tano Giacomazzi e’ stato un’uomo di punta dei servizi segreti-
Finsi indifferenza e lo guardai con aria interrogativa. Matteo lo conosceva meglio di me. Era particolarmente legato a lui ed era sempre stato il suo pupillo. Era il bomber della squadra ed uno dei pochi con cui Tano si fermava a parlare dopo l’allenamento.
-Tra tre giorni prenderemo un caffè insieme a Livorno. Sta per tornare da Capoverde-
Peccato Matteo, l’avrei potuto incontrare io e rendermi utile…
Mi tornarono in mente i suoi tarocchi sulla testa, i consigli bonari, le bestemmie che quell’uomo grosso e muscoloso dispensava nei pochi mesi che passava sulla terraferma.
-Ma cosa centra Tano in tutta questa vicenda?-
-E’ quello che cercherò di capire-
Ma vai a cagare illuso.
-Diverse tesi, espresse da varie fonti giudicate attendibili accostano ripetutamente il nome di Tano Giacomazzi a quanto accadde quella maledetta sera di marzo in cui l’elicottero si schiantò nella rada di Capo Ferrato-
-Fonti…tesi…Teo tu mi vuoi coglionare con i tuoi pensieri…
-Io sto solo raccogliendo informazioni. Niente di più. Tu fai come credi-
Voleva incastrarmi. Tenermi bloccato. Tarparmi le ali e non farmi fuggire. Lo guardai con aria di sfida mentre tirava fuori altre carte sottolineate ed evidenziate con cura.
-C’è un sacco di lavoro da fare Ale. Molti testimoni che raccontarono di aver visto la nave mesi prima non furono mai ascoltati. E anche i resoconti di chi lo schianto dell’elicottero lo vide davvero, furono sottovalutati-
Cosa voleva fare?
-Bisogna riannodare i fili. Ascoltare. Ricomporre un puzzle. Trovare i pezzi.-
Divorai una sigaretta. Cosa voleva da me?
-Ho bisogno del tuo aiuto Ale-
E no bastardo. Tu vuoi fare l’eroe. Il giornalista d’assalto. Curiosare nel buco per trovare il tarlo. Tu. Io no.
-Ma dove pensi di arrivare? Non sei neanche un giornalista tu!- dissi sprezzante mentre osservavo la punta di cenere, generata sulla sigaretta, dalle mie nervose boccate.
-Io non sono nessuno. E forse sarà la mia forza. La nostra forza-
Maledetto testardo. Conosceva gli effetti del suo carisma su di me. Sapeva che aveva bisogno della mia lucida follia per far funzionare la sua instabile razionalità.
Ma stavolta non ci sarebbe stato verso. Non vedevo di l’ora di salire su quell’aereo per Capoverde e lasciarmi tutto alle spalle. Anche lui e le sue megalomanie utopiche.
-E’ chiaro che questa storia puzza dall’inizio alla fine- dissi mettendogli una mano sulla spalla. Ma murigande, sa merda fragasa de prusu. Chiama Tano e digli che ci incontriamo a Capoverde… Ah ah ah..- la mia risata rauca lo fece alzare di scatto dalla panchina.
-Teo aspetta-
-Che vuoi?-
-Dammi retta. Sta diventando una fissazione la tua. Lascia perdere.- Stai più vicino a Sara. Ha voluto parlarmi di te l’altra sera. Stai rischiando di perderla.
-Perderla?-
-Ti auguro di trovarla una donna che ti ami così. Ciao Ale. Stammi bene-
-Si…Ci sentiamo domani?-
Non rispose. Si allontanò a passi rapidi e regolari. Ne seguii il tragitto con gli occhi. Aspettai che si girasse. Un suo cenno. Un suo sorriso. Niente. Tirò dritto confondendosi tra le miriadi di teste che puntinavano Pontevecchio.
Egoista. Cocciuto. Arrogante. Ma cosa pretendi da me? Lasciami scappare.
Un caffè macchiato, e il nervosismo dovuto alla lite con Matteo ebbero un improvviso e inopportuno effetto lassativo. Sentivo il lampredotto smuovere il mio stomaco. Intestino animale e umano, si mischiarono pericolosamente nel mio ventre. Aumentai la velocità del passo. Mi trovavo a quindici minuti dal cesso di casa mia. Troppo lontano. Camminavo che avrei potuto tenere un foglio di cartavelina tra le chiappe. Mi fermai, implorando contegno e supporto da tutti i muscoli.
Via dei Calzaiuoli. La faccio qui. Tra lo sterco dei cavalli e la cacca dei piccioni.
Superai le carrozze che dal duomo portavano i turisti in giro per la città. Contrazioni addominali. Un bar. Quelli con il bancone di marmo i camerieri in papillon e giacchetta e il caffè da quattro euro al tavolino. Ordino un ristretto.
-Scusi c’è un bagno?-
Scesi giù per una scala buia. Libero.
Mi liberai.
Mi tirai su i pantaloni, di nuovo larghi.
Osservai, con l’orgoglio compiaciuto dell’artista davanti alla sua opera, ciò che con tanta naturalezza avevo prodotto. Pigiai il tasto dello sciacquone. A vuoto. Ripigiai energicamente. Niente. Non funzionava. Lo stronzo nuotava felice e non ne voleva sapere di inabissarsi.
Aria irrespirabile. Zona da evacuare. Immediatamente. Nessuno avrebbe mai conosciuto il volto dell’inquinatore atmosferico di bagni pubblici.
Il cagatore rimarrà mascherato.
Ma Qualcuno bussò alla porta. Una volta. Un’altra.
Non rispondo. Ora penserà che è guasto. Andrà nel bagno del personale. Qui a fianco.
Passarono tre minuti.
L’intruso,tentò di aprire, forzando la maniglia.
Cristo. Vattene via. Altri due minuti di silenzio e non sarò io il responsabile di questo fetore imbarazzante.
Passò un minuto.
Ma la sfiga ha dieci decimi di vista.
Il mio telefono squillò come un allarme impazzito.
Merda… Era quasi fatta.
-C’è qualcuno? Si sente male?-
Merda appunto. Ormai è fatta.
Cercai il cellulare tra le tasche dei jeans, tra quelle laterali del giubbotto, lo estraetti tra le chiavi e i fazzoletti, e prima di affossare con foga il tasto di spegnimento, riuscii a leggere il display luminoso:

Kelly

Wednesday, January 10, 2007

Profumo di mistero

Timonavo un 12 metri bialbero che filava sull’acqua blu cobalto. Le onde si spezzavano in due sulla chiglia rosso fiammante. 16 nodi di vento gonfiavano la randa inclinando l’imbarcazione. Sentivo il mare sulle guance e il vento salato bruciava occhi e labbra. Ero un capitano senza mozzi e marinai. Non avevo meta ma la bussola segnava la rotta giusta e cavalcavo un vento perfetto. In un orecchio il canto del mare, nell’altro una fastidiosa melodia digitale. Insistita. Persistente. Un suono dal volume crescente s’infilava come un insetto indesiderato nel mio timpano.
Continuo e costante. Fastidioso ronzio tra le onde.
Mi svegliai di soprassalto con un piccolo scatto muscolare. Accanto a me il cellulare emanava luce arancione e trillava stridulo.
Bocca impastata. Una costante mattutina di quei mesi randagi.
-Pronto Ale ti ho svegliato?- la voce di Sara educata e composta mi fece cadere in mare.
-No. Ero in bagno dimmi tutto-
-Volevo parlarti. Caffè da me?-
-Va bene. A dopo-
Chiamai immediatamente Matteo. Nessuna risposta.
Ore 12:15 am. Tornai sottocoperta pregustando il caffè alla crema di Sara che mi avrebbe svegliato a un orario più accettabile.
Qualcosa mi si appicicò sotto la coscia destra. Un biglietto grande come un foglio A4.

Ciao Alessandro buona giornata. See you. xxx Kelly.

Sedotto e abbandonato in una notte.
Rimasi diversi minuti sotto il piumone inspirando l’odore di sesso e alcool diffuso in tutta la stanza.
Avevo una voragine nello stomaco. Aprii il frigo e un bagliore illuminante di vuoto mi accecò. Karin si nutriva di fiocchi di mozzarella e insalatine senza olio. Yoko si friggeva anche le unghie. Io non facevo la spesa da giorni.
Non potevo uscire nelle condizioni in cui ero e sarei svenuto in doccia dalla fame.
Una scatoletta di tonno fece capolino dal ripiano statunitense. La sbranai direttamente dalla scatola con un po’ di pane del giorno prima, appellandomi al piano Marshall e agli aiuti umanitari.
Provai a richiamare inutilmente Matteo.
Sara mi aspettava.
Era sola in casa e la sua cucina era invasa da libri e appunti di Sociologia II.
Matteo le aveva detto che era andato a Roma da un amico e che l’avrebbe chiamata stamattina. Non era da lui. Era molto preoccupata e cercò con domande a trabocchetto di incastrarmi. Ne sapevo meno di lei.
Mi confidò che ultimamente le cose tra loro due non andavano bene. Matteo era assente, nervoso e disinteressato ai suoi problemi. Ora questa improvvisa fuga senza notizie l’aveva messa in allarme.
Sara era la ragazza più flemmatica che avessi mai conosciuto. Calma e glaciale nelle situazioni più difficili. Ma possessiva e gelosa come una leonessa a cui avevano rubato i cuccioli. Cercai di tranquillizzarla mentre artigliava il telefono e malediceva ogni squillo a vuoto.
Immaginai Matteo che ardeva in un letto di peccato con una cubista conosciuta in una discoteca romana, l’ipotesì mi divertì malignamente ma non stava in piedi.
Pensai che avrei voluto rivedere Kelly mentre Sarà riuscì a calmarsi ripetendomi con foga un intero interminabile capitolo sulla devianza minorile.
Il telefono di casa la fece scattare con occhi indiavolati sulla cornetta.
Era Matteo.
Si chiuse in stanza con discrezione.
Chiamai Kelly. La signorina della compagnia telefonica mi mise tristezza.
Cominciò a piovere. Forse sarei riuscito a passare all’agenzia di viaggi.
La leonessa tornò dopo 20 minuti serena e di nuovo con i cuccioli al suo fianco.
Declinai il suo invito a cena con garbo.
Se avessi avuto un decimo dell’abilità diplomatica di Matteo forse io e Giorgia saremmo ancora insieme. O forse no.
Kelly dove sei?
Camminavo nel deserto dei miei pensieri. Oasi e miraggi.
Viaggi e Miraggi. L’insegna gialla e verde fermò i miei occhi. La porta trasparente su cui campeggiava si aprì automaticamente senza darmi il tempo di decidere di varcarla.
Destino pensai.
Aspettai il mio turno sfogliando opuscoli che promettevano relax caraibico e mare cristallino. Io ero nato nel mare cristallino. Cercavo qualcos’altro.
-Vorrei partire per Capoverde- dissi scandendo le sillabe come fosse una parola magica.
Gli occhi castani della rossa banconista si illuminarono. Era stretta in una camicia bianca sagomata colletto e polsini rigidi ma aveva labbra morbide e capelli ricci e vaporosi.
-Ci sono delle ottime occasioni proprio in questi giorni con la TransTravel. –Quando vorrebbe partire?-
Destino ripensai.-In questi giorni- risposi con la sicurezza di James Bond quando ordina un martini.
Aspettai in stato di trance, ipnotizzato dal ticchettio sul terminale delle sue lunghe dita improvvidamente smaltate di nero.
Prenotai un Milano-(verificare il volo..) il 19 aprile.
Mancava una settimana esatta. Lasciai 200 euro d’acconto. Era un biglietto aperto. Mi piacque quell’aggettivo accostato all’idea del viaggio. Costo totale del volo 800 euro. Da saldare entro quattro giorni dalla partenza.
La rossa riccia mi disse arrivederci e aggiunse qualche raccomandazione sul volo. Ma io non la sentivo più. Uscii dall’agenzia con passo leggero, mi sentivo già libero mentre la pioggia grigia come le sbarre solcava il mio viso.
Rifiutai anche l’invito a cena di Tommy.
Tornando a casa mi ero concesso due bistecche di chianina e un Pomino rosso.
Karin in assetto da guerriglia spalleggiata da un ragazzone biondo dal bicipite grosso come la mia coscia, minacciò di non pagare l’affitto del mese. Tirai fuori dalla busta un barattolo di tonno al filetto e lo poggiai sul tavolo. Una smorfia simile a un sorriso le illuminò finalmente il viso e sancì l’armistizio.
Si rinchiuse in camera insieme all’energumeno balestrato.
La mia cena solitaria fu disturbata dalle sue grida un po’ forzate.
Chiamai Kelly la seconda volta. Non rispose.
-Fanculo-
Ultra dei Depeche Mode coprì ogni rumore.
Devo proprio partire.
Lasciatemi solo.

Un giorno completamente nuovo

Le poche ore della mattina si mescolarono a quelle del pomeriggio e durante la mia fase rem, crearono le prime ore della sera.
Mi svegliai alle ore 18:15 p.m.
Direzione bagno. Sollievo giallo liquido e impellente. Mi diedi una sciacquata felina in viso. Aprii la porta. Avevo lo sguardo basso. Lo alzai come una macchina da presa. Filmai punta tonta di stivali scamosciati, gambe, gambe, e ancora gambe inguainate in un paio di calze nere , minigonna in jeans, cinturone nero, seno sorridente e rotondeggiante avvolto in una maglia attillata nera collo a lupetto, pelle rosa, e lunghe ciocche di capelli biondi raccolti in una splendida coda equina, labbra fini e serrate, occhiazzurri che mi scrutavano con aria sdegnata e giudicante.
-Hi Karin- blaterai frastornato.
La splendida biondona che era in silenzio stampa dall’incidente diplomatico delle alghe coreane, mi evitò con circospezione ed entrò nella toilette chiudendo la porta con un gesto secco.
La sfanculai a bassa voce.
Misi su un cd. Faith no more Digging the grave. Avevo bisogno di carica. Avevo bisogno di un sacco di cose.
Accesi il telefonino.
Cantai insieme a Mike Patton. Tre bustine sul display.
Casa. Matteo. Sally.
Sally?? Non conosco nessuna con quel nome.
Chiamai i miei. Mia madre mi tenette venti minuti di orologio chiedendomi lumi sul mio stile di vita, seguirono senza interruzioni richieste sull’abbandono del vizio del fumo, ammonimenti su un abbigliamento decoroso per affrontare lo stage, e grossi in bocca al lupo.
-Non farò quello stage mamma-dissi d’un fiato.
-Silenzio-
-Ti passo tuo babbo- La voce bassa e femminilmente remissiva scatenò in me un senso di colpa biblico.
La voce di mio padre era come sempre calda pacata. E triste.
Le sue parole lente e sagge sapevano dove colpire. Restai in silenzio ad ascoltarlo immaginando di possedere Karin sotto lo scrosciare della doccia. I suoi seni erano calici rovesciati e gocciolanti nei quali la mia lingua si insinuava liquida, mentre la stringevo per i fianchi compiacendomi dei suoi mugolii anglofoni.
-Io non posso impedirti nulla Alessandro. Mi fa male sentirti cosi in balia delle situazioni, è mio dovere cercare di farti ragionare. Non dare dispiaceri a tua madre. Affronta la realtà, è tempo di crescere-
La conversazione si chiuse tra sospiri delusi e preoccupati.
Matteo non rispose.
Premetti invia su la misteriosa Sally.
Squillava.
-Hello-.
Pausa.
Ehm..Ciao..Hello..I’m Alessandro..
Ciao Alessandro how’its going? Ti sei svegliato?
Accento californiano. Avevo imparato a riconoscerne le sfumature.
-Sally?-
Grandi risate, fresche e solari.
My name is Kelly! Tu molto ubriaco ieri you know?.
-I know.- aggiunsi quasi ingiustificatamente tronfio.
Seguì una brevissima conversazione nella quale appresi che Kelly era una studentessa 22enne del polimoda, nata a Santa Monica, parlava un ottimo italiano e si era molto divertita alla festa della notte appena passata. Fissai un aperitivo al Rex alle 20e30.
Chiamai in rapida successione Elettra, Tommy, Giulio. Nessuno fu in grado di darmi delucidazioni in merito alla californiana dalla voce stupenda.
Karin liberò finalmente la doccia.
Amici alcolizzati, pensai tra me e me facendomi accarezzare dalla calda pioggia che mi scorreva sulla pelle.
Mi sentivo bene. Mi sentivo deciso.
Sapevo che stavo evitando di scegliere. Ma farlo al caldo, inzuppato in una cartolina con il mare celeste, le palme e la sabbia bianchissima era decisamente meglio che rimanere dov’ero.
Avevo qualche risparmio. Il resto lo avrei trovato in qualche modo. Rimasi sotto l’acqua a lungo.
Ore 20:10.
-Destini e incroci non casuali si intrecceranno nella giornata odierna cari amici dell’acquario- l’astrologo di una radio locale mi ammoniva durante la scelta dei jeans per il mio appuntamento.
Operazione breve. Infilai gli unici quasi puliti, indossai il mio adorato giubbotto in pelle e andai alla scoperta della California.
Arrivai quasi puntuale. Non c’era molta gente dentro il locale.
Un tavolino di ragazzi sguaiati e fiorentini stava terminando le ultime portate dell’aperitivo. Cercai lineamenti femminili che potessero illuminarmi e farmi ricordare. Osservai due biondine sedute su due sgabelli alti. Nessun segnale. Andai oltre verso il cesso guardandomi intorno. Ordinai una birra scura. Dall’altra parte del bancone una ragazzina minuta, con lisci capelli nerissimi carnagione olivastra e labbra carnose agitava delicatamente la manina, e sorrideva divertita.
Fece il giro del bancone, svelta e aggraziata mi raggiunse e senza lasciarmi il tempo di sorprendermi mi mise le braccia sul collo stampandomi una bacio sulla bocca.
Aveva un paio di jeans chiari e sdruciti, una maglia bianca collo alto finissima che diventava velata su un seno tosto ma non eccessivo. Un cerchietto sul nasino piccolo e morbido arrotondava un viso spigoloso. Non era bellissima. Provai una scossa mentre le sue mani non smettevano di sfiorarmi mentre parlava. Una voce roca bassa suadente.
-Mi son mancati i tuoi baci- disse sfiorandomi il lobo col la sua lingua morbida.
Un gigantesco punto interrogativo campeggiò sulla mia testa.
Dovevo smettere di bere così tanto. Mi ricordai di quel programma televisivo in cui parlavano di casi di trentenni colpiti da alzeimher.
L’alcool della notte precedente aveva offuscato la mia memoria ma evidentemente non il mio testosterone. Feci un’ imponente sorsata di birra. Andai al gabinetto.
Non mi ci volle molto per capire che Kelly non era la solita americanina stupida che capitava di rimorchiarsi a Firenze. Parlammo di tutto. Per ore. Senza pause e silenzi. Mi raccontò che l’avevo conquistata fissandola insistentemente mentre ballava per tutta la serata. Si era seduta vicino a me e non avevamo smesso di baciarci fino a che lei non era andata a prendere due cuba libre. Al suo ritorno ero evaporato.
Non seppe mai la reale versione dei fatti. La fissità del mio sguardo era rivolta verso una luce verde fluorescente della discoteca che mi ipnotizzava tenendomi apparentemente sveglio L’avevo piantata lì da sola non per fare il figo misterioso, ma per evitare di vomitarle in faccia il mix di gin e ron che mi arrotolava le cellule cerebrali. Riversai la mia anima nel cesso del locale fino alla chiusura.
-Ma davvero te ne vai via?- disse sfiorandosi le labbra ogni volta che il ghiaccio del suo cocktail ne entrava in contatto.
Morbidezza ed elettricità in un frullatore. La guardai rincoglionito.
Kelly era di padre newyorkese e mamma non si sa. Si manteneva insegnando in una piccola scuola di fotografia in centro e cantando nei locali e nelle ville per feste e ricevimenti.
Conosceva tante cose della Sardegna senza esserci mai stata. Suo padre ci aveva vissuto per un po’.
-Per lavoro?-
-Preferirei non parlarne ti dispiace?- La sua voce diventò come il cubetto di ghiaccio che galleggiava nel suo drink.
Lo buttò giù e ne ordinò un altro immediatamente.
Osservai la sua pelle ambrata, gli zigomi alti e l’espressione fiera. Aveva gli occhi scuri come le bacche del mirto e qualcosa di familiare nelle movenze. Qualunque fosse stato il motivo del soggiorno isolano del padre, sicuramente non era rimasto indifferente al fascino austero delle donne sarde.
Beveva come una spugna ed era fuori come un terrazzo. La lancetta del grande orologio bianco che sovrastava il bancone fece diversi giri prima che prosciugammo bicchieri e portafogli, zigzagando maldestramente tra i tavoli ormai vuoti per raggiungere la cassa.
Uscimmo dal locale. Aria. Vie silenti e umidità tagliente.
Le nostre bocche non si staccarono per un solo secondo, sorreggendoci l’un contro l’altra in una piazza Santa croce deserta. Sentivo il suo bacino morbido sbattere contro il mio percorrendo via de’ macci. Si liberò dalla stretta sui suoi fianchi. Fece un gran respiro. Ferma in mezzo alla strada iniziò a cantare a pieni polmoni.
-Oh lord dont’you buy me a mercedes benz. .......(cercare testo)
Ero negli anni 70. Chiusi gli occhi. La sua voce ruvida e piena faceva venire i brividi. Li riaprii per vedere Janis Joplin dai capelli neri come corvi che picchiavano ai vetri delle finestre affacciate nella via stretta e buia.
-Allora? Icchè si fa qui? Vi tiro i’piscio in capo dio bono!-
Una voce altrettanto roca ma meno melodiosa interruppe la blues session estemporanea..
Corremmo per tutta la via. Le nostre risate sguaiate eccheggiarono sulla città dormiente.
Kelly si fermò improvvisamente. Si appoggiò ad un portone. E rimase lì con la schiena leggermente inarcata. Mi guardò recuperando fiato.
Ero eccitatissimo. Scattai come un ghepardo ansimante sulla gazzella ormai preda.
Un ghepardo dai riflessi offuscati. La gazzella aprì rapida il portone e balzò su due rampe di scale. Evitai per un pelo una tragicomica portonata sul viso, salii i gradini a quaterne, la raggiunsi sull’uscio.
Sentivo i suoi seni gonfi sulle dita mentre dava sapienti giri di chiave nella toppa. Mi intimò il silenzio posandomi un dito salato come il mare sulla mia bocca impaziente.
Sesso. Sesso felice e allegro. Baciai senza sosta il suo viso di spigoli irregolari, liberai il suo corpo pieno e sinuoso, dai vestiti ormai troppo stretti.
Mi placai solo sentendo la sua pelle calda e tremante sulla mia.
Restammo diversi minuti ad ascoltare i nostri respiri sopra le lenzuola madide di sudore, svuotati e riempiti all’unisono.
Nelle mie narici infilate tra i suoi capelli arrivò un dolce e irresistibile profumo di mistero.

Monday, November 13, 2006

La decisione giusta

-Pronto?-
-Ciao bellino che fai?-
L’accento maremmano di Elettra interruppe il mio litigio con Yoko.
-Ciao Ele, nulla.. stavo combattendo con la coreana, mi ha riempito la casa di alghe essiccate e sto svenendo dal fetore…-
Risate e colpi di tosse.
-Stasera c’è una festa alla stazione Leopolda si va?-
-Ottimo. Raggiungici al Pub poi andiamo tutti insieme-
-A più tardi, e portami un’alga tesoro, ti prego…
-Click.-
La puzza micidiale delle alghe, non mi permise di avere nessuna pietà verso le tradizioni orientali.
Yoko, senza battere ciglio, comiciò a ritirare le maledette piante acquatiche, che aveva steso nello stendino in cucina.
Invano, mi spiegò che se le era fatte spedire fresche appositamente dalla Corea, che erano un piatto prelibatissimo, che l’odore sarebbe scomparso nel giro di un’ora.
Non riuscì a intenerirmi.
Come un aguzzino nazista la osservai, mentre con cura orientale le adagiava, una per una, dentro un sacchetto della spazzatura.
In quel momento entrò Karin.
Contai fino a due e mezzo, ma la stridula voce della biondona mi precedette.
-Oh my god..What a smell! What the fuck in that!
-Hi Karin. Yoko stava appunto catturando delle alghe aliene che hanno invaso la cucina, ma ora è tutto sotto controllo. Vero Yoko?-
La coreana annuì con la testa sorridendo.
Karin entrò nella sua stanza sbattendo la porta rabbiosamente.
Yoko rise, mettendosi una mano sulle labbra.
Le due ragazze, in quel periodo, rappresentavano un buon investimento economico per me. Abitavo da 4 anni in quella casa, nel quartiere di Santo Spirito. La zona più popolare e caratteristica di Firenze.
Il quartiere delle botteghe, degli artigiani, degli artisti e degli studenti, degli ubriachi e dei pazzi, dei falliti e dei figli di papà.
Un piccolo microcosmo, nel quale più o meno tutti, si conoscevano.
Una riserva indiana, nella fredda città toscana
Avevo preso il contratto di locazione della casa dopo che Pippo, mio ex coinquilino siciliano, l’aveva lasciata per tornare nella sua isola. Subaffittavo solo a straniere strapiene di soldi, che svernavano in Italia per fingere di imparare a disegnare abiti, nelle numerose e costosissime scuole di moda del capoluogo toscano.
I loro affitti salatissimi, rappresentavano una voce che incideva molto positivamente sul mio bilancio da neolaureato.
Cercai di non pensare all’odore insopportabile, che ormai aveva invaso tutto l’appartamento.
Accesi scaldabagno e televisore.
Aspettavo Tommy per cena.
Mtv mandava la solita musica del cazzo.
Karin ascoltava la solita musica del cazzo.
Entrai in doccia, canticchiando le note di Britney Spears che provenivano dalla sua stanza.
Poi mi stesi sul letto, e i pensieri sul mio futuro ritornarono a intristirmi. Erano passati quasi 5 mesi dalla mia laurea. Pensavo di frequente in quel periodo. Volevo trovare la forza di fuggire.
Il citofono gracchiò. Era Tommy.
Tommaso Chieffi, entrò col suo solito sorriso da piglianculo fiorentino, mentre mi infilavo un paio di jeans chiari e una maglia maniche lunghe scura.
-Fai come se fossi a casa tua Tommy- gli urlai dalla mia stanza
Mi piaceva accogliere i miei ospiti con la loro musica preferita. La voce ubriaca di Tom Waits, accompagnò i suoi passi ciondolanti.
La prima strofa della canzone non fu completata, che due voci si unirono, quasi annullandosi, in un controcanto all’unisono:
A)–Dio Bono, ma che hai mangiato coccodrilli putrefatti stamane?- la voce baritonale di Tommy, si spanse lungo il corridoio che portava alla cucina.
B) –Puoi abbassare musica, per favore?-arrivò, come una bacchettata su dita infreddolite, l’urletto stizzito di Karin che si truccava chiusa in bagno, ormai da tre quarti d’ora.
Uscii dalla mia stanza, non riuscendo a trattenere un sorriso, e misi l’acqua sul fuoco.
-Ma come diavolo fai a sopportarla?- disse Tommy mentre i suoi occhi azzurri si illuminarono, nel vedere che il menù prevedeva pasta alla bottarga.
-Non lo so Tommy..-dissi abbassando musica e voce. –Sai, quando sta zitta è talmente gnocca, che è stupendo averla in casa-
-Mah sarà…tanto sai come la penso.-
La teoria tommasiana era che, questa stupenda 22enne californiana ricca viziata acida biondaocchiazzurri 170cm e gambe chilometriche, potesse trovare la pace dei sensi in casa, e non aspettava altro che io contribuissi a garantirgliela. Teoria banale che mi lusingava e ovviamente mi intrigava.
- Che vuoi di più? Musica che ti garba e bottarga- gli dissi ammiccando
-Il minimo, caro il mio fratello isolano! Ma insomma dov’è il cadavere? c’è una puzza che non si sta qui-
Spiegai cosa era successo. Yoko diventò rapidamente la nuova eroina di Tommy per gli anni a venire.
Mangiammo in camera mia, sorseggiando un Ornellaia che accarezzava i sensi, e ci fece dimenticare l’odore delle alghe.
Tirai fuori il servizio delle grandi occasioni. Stupendi bicchieri balloon da degustazione, rubati tre anni prima non so da chi, non so in quale enoteca del centro.
Tommy inclinò più volte il bicchiere con fare da grande intenditore.
Ricco sfondato, figlio di uno dei dentisti più famosi di tutta la Toscana, finto studente di architettura, umile d’animo, matto come un cavallo e vero amico.
Tentai di affibbiargli un etto dei chili di paranoie, che avevo in quel periodo randagio.
-Non so che diavolo fare ora. Voglio dire. Non ho più l’alibi dello studente. Non ho una lira. Non ho voglia di fare la pratica legale- dissi mandando giù una forchettata di spaghetti oleosi e profumati di oro di muggine.
Parlavo con la bocca piena. Volevo sfogarmi.
-I miei mi stanno ossessionando, dicono che son già passati troppi mesi, che la pacchia è finita e devo darmi da fare. Io ho solo una cosa in testa, decidere se partire o no, convincere Matteo a farlo con me. Levarmi di culo insomma-
-Hai visto-, disse Tommy con la professionalità di un enologo consumato, -il rosso sincero lascia 4 archi sulle pareti del bicchiere-
Noncurante delle mie pippe mentali, ascoltò solo l’ultima frase sul progetto del mio viaggio..
Il racconto del suo soggiorno di 6 mesi a Capoverde fu talmente bello e coinvolgente, che avrei voluto mandarlo via di casa. Sapeva che per me era una fissazione, e forse ci provava gusto a farmela desiderare ancora di più. Assaporava la vita in ogni modo, aveva il sedere parato e imbottito certo, ma guardarlo negli occhi, ascoltare i suoi racconti in giro per il mondo mi dava una carica e una leggerezza, che io spesso perdevo per strada.
-Parti domani mattina e non pensare, cristo Ale non ti riconosco più, prima andavi dappertutto con due lire, che succede ora?-
-Ma che ne so. Avrei dovuto farlo prima. E’ incredibile raggiungi quel maledetto pezzo di carta e sei un Re. La mattina dopo sei disoccupato. Ti fai il tuo viaggietto, galleggi nel tuo cazzeggio, eviti il master da sfigato e poi sei dove sono io..-
-Vo a pisciare non ti si può sentire. Ieri Matteo, oggi tu.. ragazzi rilassatevi. Oh grulli!- mi urlò in faccia ridendo, e avviandosi al bagno con la sua tipica andatura dinoccolata.
Ammazzai il fondo della bottiglia del vino e pensai che Tommy aveva ragione. Fanculo a tutto. Io sarei andato a Capoverde. Il sorriso rimase stampato su mio viso all’idea che non ne sarei più tornato.
-Si va a giro sardaccio?-irruppe Tommy
Camminavamo lenti, tra urletti e stacchettii di pariglie di americanine in minigonne inguinali e canottierine. Era una serata splendida. Casino in giro. Flusso di gente orientato verso i locali del centro.
Solito pub e solita gente.
Salutammo gli altri, e ci sedemmo tra loro con due pinte scure.
La colonna sonora di Trainspotting, accompagnava improbabili discorsi seriosi dei nostri amici, sull’esistenza di Dio.
Scoprii dopo anni, che la mia amica Elettra, visino angelico e sarcasmo diabolico, era una fervente cattolica.
Io no. Spesso mi capitava di non credere abbastanza in me, e di conseguenza, dover credere in qualcos’altro mi sembrava impossibile e assurdo.
L’omelia di Giulio, improvvisatosi cardinale per l’occasione, fortunatamente si concluse alla terza birra.
Il locale era pieno. Tommaso decantava la mia cucina, Elettra mi chiese una lozione alle alghe per la cellulite, io cercavo sguardi complici da una ragazza mora che parlava con le amiche vicino all’ingresso.
Entrò Matteo. Senza Sara. Scuro in volto.
Si sedette affianco a Giulio e iniziarono a parlottare a bassa voce tra loro.
Il mio sguardo fu rapito dagli stivali di Chiara. Era troppo bella per Giulio. E Giulio era troppo intelligente per lei.
Alti al ginocchio, aderivano morbidamente ai suoi polpacci mentre la punta si inclinava leggermente sul pavimento. Parlava animatamente con fare vezzoso con Leanne.
Leanne, la nostra amica australiana che gestiva il pub. Nostra signora della pinta. Era venuta a Firenze dieci anni fa, una ragazza dal sorriso luminoso lentiggini e pelle bianchissima. Da cameriera ci aveva servito birre per quantità imprecisate di litri, ed ora aveva preso in gestione il locale. Considerando le Guinness da me ingurgitate, almeno due o tre pezzi dell’arredamento del pub mi appartenevano di diritto.
Mi era sempre piaciuta. Io non ero mai piaciuto a John il suo marito belga alto e biondo, e molto,molto, grosso.
Matteo trascinò la sua birra, e si sedette tra e me e un grasso sedere statunitense, coscritto a malapena in un jeans con delle scritte, diventate cubitali su quelle chiappe enormi.
Mi disse che aveva litigato con Sara, che doveva parlarmi e che Giulio da quel momento in poi ,sarebbe dovuto rimanere fuori da certi nostri discorsi.
Nessuna tristezza o preoccupazione nel suo viso. Era serio ma entusiasta. Era sobrio. Parlava sciolto e fluido.
Lo ascoltai per altre due pinte senza mai interromperlo.
Nell’affollammento del posto, nel casino della musica ad alto voltaggio, e nell’avanzare rapido del mio tasso alcoolico, mi confidò di aver trovato finalmente la decisione giusta.
Si sarebbe dedicato anima e corpo alla vicenda dello schianto dell’elicottero. Aveva già cominciato a raccogliere un suo dossier personale, mi parlò di un certo Tano Giacomazzi di Oristano che avrebbe presto intervistato. Disse che dovevamo andare fino in fondo in quella storia, e che era necessario tornare in Sardegna per un pò di tempo. Sara avrebbe capito più avanti. Mi chiese di seguirlo, avremmo avuto l’occasione per sfidare la realtà, cercare la verità e trovare noi stessi.
Allo scemare del suo delirio, poggiai con forza il bicchiere vuoto sul tavolo di legno scuro. Il rumore secco interruppe le sue parole enfatiche.
-Io andrò a Capoverde. -Da solo- dissi, sciogliendo per un attimo la lingua appallata dall’effetto della birra sul palato.
Mi guardò senza dire nulla. Non c’era sorpresa nei suoi occhi.
Il basso incalzante di Enter Sandman dei Metallica fece muovere teste e mani scoordinate dentro il pub, e agitò stomaci pronti ad accogliere altri fiumi di birra.
Passai al Pampero Aniversario. Liscio corposo e rassicurante. Lo elessi drink del mese. Scendeva bene e saliva gradualmente nel cervello.
Andammo tutti alla festa, uniti, ubriachi, e senza pensieri.
Il posto era stupendo. Ambiente variegato. Queste feste alternativi e fighetti amalgamandoli nel ballo, nelle chiacchere, nelle sbronze. D’altronde non erano poi così diversi tra loro.
Al centro della sala c’era il banco bar. Lasciandomi trasportare dalla spinta della massa lo raggiunsi facilmente divincolandomi tra corpi sudati, mani sulle spalle e sederi struscianti.
-Hola Ale..che ti faccio?-
Conoscevo più della metà dei baristi e delle bariste di Firenze
Quando di dice l’esperienza…
-Fai tu…Ricordati che siamo amici…-
Se lo ricordò eccome…
Alcuni suoi Gin con pochissimo lemon, mi staccarono la corrente dal cervello quasi subito.
Si sarebbe riaccesa la mattina di un giorno completamente nuovo.

Segreto di Stato

Nessun filo di luce passava dalla tapparella, che avevo dimenticato di abbassare la notte prima.
Aprii a fatica l’occhio sinistro. Mi sentivo gonfio, ancora assonnato, con un dolore lancinante e continuo tra le tempie.
Eppure il fumo di ieri era buonissimo, e Tommaso non mi aveva mai dato roba cattiva.
Spalmato sul cuscino, con uno sforzo sovraumano che mise a dura prova i miei tendini, riuscii a girare la sveglia verso i miei occhi semichiusi.
Ore 15e45 P.M
-Cazzo- biascicai con le labbra appicicate al palato.
Tracannai sorsate d’acqua, da una bottiglia salvavita al bordo del letto.
Avevo dormito come un junkie strafatto. Avrei dormito altre quindici ore, se non fosse stato per quel mal di testa fastidiosissimo.
Mi alzai dal letto, con la velocità di un bradipo narcolettico.
Mentre pensavo che dopo una bella doccia avrei chiamato immediatamente Tommaso , mio grande amico e fornitore ufficiale di spinelli, uno sbadiglio da crampi alla mascella, mi bloccò davanti allo specchio, rispedendo al mittente la proiezione di me.
Capelli arruffati e sporchi, barba lunga e lanuginosa, occhio a fessura lacrimante, magliettina bianca stretch, con dei buchi appena dietro le spalle, mutande nere e slabbrate.
Facevo schifo, e avevo bisogno di una donna. Urgentemente.
Suonò il campanello.
In casa c’era un silenzio quasi irreale. Karin, la mia coinquilina americana era sicuramente uscita. Yoko la mia coinquilina coreana che ci fosse o no, faceva poca differenza.
Camminai lungo il corridoio, che diventava ad ogni passo interminabile.
-Arrivo..!-
-Chi è-
-Apri la porta imbecille-, come un secchio d’acqua gelida la voce di Matteo mi svegliò completamente.
-Ma prego, avanti amico mio…che piacere..!_
Matteo entrò, mi guardò schifato, e ad ampie falcate cominciò a dirigersi verso la mia stanza. Notai che aveva il giubbotto inzuppato d’acqua, e teneva qualcosa sottobraccio.
-Lo sapevo che eri ancora a letto, sottospecie di parassita dello stato-
-Se lo sapevi, potevi evitare di rompermi le palle-
-Si così dormivi fino a domani..barbone. Ah complimenti per le mutande…sono un bijoux.-
Si sedette davanti al computer, sollevò la persiana, e rimase col giaccone indosso ad aspettare l’accensione del pc.
Pioveva a dirotto.
Un cielo di zinco copriva le buie case del centro di Firenze.
-Dio santo mi sta scoppiando la testa- disse con fare vittimista.
-Pure a te? Io ho uno scaldabagno oggi, al posto della mia. Dopo chiamo Tommaso e mi faccio rendere i soldi. Ma che fa, si mette a dare fumo di merda agli amici ora?-
-Non c’entra nulla il fumo di Tommy. Io so perché abbiamo mal di testa.-
-Ah si? Sentiamo la diagnosi, esimio dottor Rassu..- ribattei sogghignando-
Si accarezzò il mento, e la sua mimica facciale lo tramutò in un principe del foro di consolidata fama.
-Quale obiettivo? Eh? Quale cavolo di obiettivo?
È da ieri notte che ci penso, mi rigiro nel letto, mi torturo il cervello-
Tu sei pazzo. Curati
Pensai che forse il fumo di Tommaso non era poi così cattivo. Matteo il mio amico saggio, con i piedi per terra, vaneggiava e volava nell’etere dell’incomprensibile.
-Scusa ma di che diavolo parli?-
Mi guardò con uno sguardo di sfida e rabbia, corrucciando le sopracciglia e fissando i miei occhi sorpresi.
-Sai benissimo di cosa parlo- disse.
-Faccio un caffè- risposi, mentre i miei neuroni cominciarono finalmente a svegliarsi davvero.
-Ecco bravo. Fai il caffè-
Indossai svogliatamente i pantaloni della tuta e andai in cucina. Avevo capito benissimo. Il nostro segreto di stato, non era durato più di una notte.
Tornai nella stanza con due tazzine fumanti.
-Sei solo?-
-Si. Forse c’è la coreana, ma è sigillata in camera sua-.
Adoravo svegliarmi tardi. Adoravo le attese. Quei momenti che ti separano dal fare. Pregustare qualcosa, che ti accingerai ad eseguire. Avrei voluto prolungarli all’infinito, goderli più di quanto potessero effettivamente durare. Gustare un buon caffè. Rinviare l’inizio della giornata, stare spenti prima di affrontare qualsiasi cosa, e ascoltare musica con un amico, era un momento che apparteneva alla suddetta categoria di momenti.
-Perché un elicottero della Guardia di Finanza, si schianta durante un semplice volo di controllo, e non si hanno motivazioni ufficiali?-
Matteo parlò con voce calda, abbassando il volume delle chitarre dei Rage Against the Machine, e ruppe definitivamente la mia attesa.
Mi sedetti sul letto e accesi il telefonino.
-La cosa più assurda è- dissi schiarendomi la voce, -se davvero era una semplice missione di controllo, perché la pilotina della capitaneria di porto chiede delucidazioni su un’eventuale obiettivo? E come mai da quel momento il mare ha inghiottito la risposta?-
-Bravo. Hai visto che quando ti ci metti riesci a far funzionare il cervellino? Offrimi una sigaretta e dai un’occhiata a questo foglio-,
I telegiornali e i giornali nazionali, avevano completamente ignorato la vicenda, e dopo pochi mesi anche in Sardegna, una cappa di silenzio omertoso, una gara di struzzi che si alternavano a insabbiare le loro teste, e non solo quelle, fece perdere interesse alla maggioranza dell’opinione pubblica.
-Ecco qui, guarda c’è la cronaca dell’accaduto.-
Era una pagina di un quotidiano sardo, scaricata da internet, la leggemmo insieme con lo stesso silenzio religioso che avremmo osservato in una cripta, in una chiesa, o in un tempio dei misteri.
-Vedi questo è il giornalista che se ne è interessato principalmente. L’articolo e di poche settimane dopo la disgrazia-
Mentre scorrevo le parole con gli occhi, nella mia mente immaginai nitidamente l’elicottero Augusta 109 della Guardia di Finanza, alzarsi in volo alle 18,40 del 2 marzo 1994 dall’aereoporto militare di Elmas Cagliari, e come un refrain continuo nella mente, mi ripetei “motivazione ufficiale una missione di controllo lungo la costa di Capo Carbonara”.
Guardai Matteo, e le volute del fumo della sua sigaretta, che si disperdevano nella mia stanza, volteggiando compatte e pesanti come i nostri pensieri.
Pensai alla piccola cabina del velivolo, pensai a Maurizio Serra trent’anni anni come noi, e Gianluigi Demuro quarantuno anni, e non capivo se fossero sereni, o tesi come giustamente bisognerebbe esserlo quando si ha una missione precisa, e non ci si alza in volo per routine
Routine.
Avvenimenti che si ripetono.
Situazioni che ritornano.
-Missione di controllo- dissi sferzante, mentre Matteo continuava a leggere con aria schifata.
Immaginavo la colombina, che come da prassi solcava il mare, e scortava l’elicottero. Vidi un mare scuro, fiero, con onde ritmate e regolari.
Poi improvvisamente quella maledetta frase “siamo sull’obbiettivo”, una virata di 360 gradi, e l’elicottero sparisce dai radar e dalla mia mente.
Ascoltai un’esplosione sorda, un bagliore e poi nulla.
Mare, mare, mare che inghiotte, e silenzio, un silenzio assordante.
Quello che univa anche me e Teo, quel pomeriggio.
Guardai la finestra. Acqua sporca e quasi buio.
-Guarda un po’, dopo il decollo i piloti comunicano alla motovedetta di avere fuori uso il sistema radio ad alta portata HFSSB, e che per loro non è possibile mantenere il controllo con la base operativa di Elmas: chiedono di mantenerlo con la Colombina stessa-
-Sarebbe dovuto bastare solo questo ad annullare l’operazione!- aggiunsi deciso.
-Peccato che la nave appoggio accetti e chieda all’elicottero un contatto radio ogni cinque miglia-ribatte Matteo tenendo il dito sul foglio, leggermente umido per la pioggia presa.
L’ultima traccia radio venne lasciata dall’elicottero alle 19e15, e sul radar alle 19e18: in quel momento la sua posizione era 131° a nove miglia da Capo Carbonara in direzione sud.
La motovedetta tentò un nuovo contatto alle 19e20, poi continuò invano sino alle 19e30, quando inspiegabilmente sospese ogni tentativo.
-Cristo ma non ha dato l’allarme- aggiunsi sogghignando di rabbia.
-E non lo lancia neppure la base dopo che viene avvertita alle 19e50 dalla motovedetta,…dio santo 20 interminabili minuti dopo…-
I soccorsi partirono quindi in ritardo, furono trovati alcuni frammenti a Capo Ferrato, altri a Capo Carbonara da dei sommozzatori ingaggiati dai parenti dei piloti, poi le ricerche furono sospese.
Giorni dopo i cacciatorpedinieri della classe Lerici, frugarono per mesi con i loro occhi elettronici nei fondali intorno a Capo Ferrato.
Matteo si schiarì la voce: - E’ incredibile, le stesse navi che dopo la guerra in Kosovo hanno trovato e recuperato le minuscole bombe a fragmentazione speciale, sganciate dai cacciabombardieri della nato, non sono riuscite a trovare il relitto dell’elicottero o qualche pezzo significativo, che potesse aiutare a dare una spiegazione sull’accaduto-
-Ti meraviglia così tanto?-
Non rispose.
Feci una canna. La feci molto grande. Misi sullo stereo Dark side of the moon

Mi stesi sul letto guardando il soffitto, e Matteo si accucciò sul divano fronte a me.
Le note ipnotiche dei Pink Floyd, accompagnarono il nostro viaggio silenzioso. Avevo ripreso a fumare a grandi ritmi. Immaginai una grande scacchiera, popolata di Re e Regine, alfieri che diagonalmente tagliavano la regolarità dei quadrati, torri in arrocco inscalfibili, cavalli che saltavano ostacoli invisibili, e pedoni sacrificati per uno scacco non matto, ma folle.
Pensai a me. Volevo fare il giornalista. Pensai allo stage. Non mi entusiasmava per niente. Forse ero troppo presuntuoso e poco coraggioso. L’idea di rinchiudermi in un ufficio a scrivere insulsi articoletti di sport o cronaca locale, e quella di dover essere abile nel leccare sederi in movimento, mi facevano rabbrividire.
“Questa è l’unica strada Alessandro, imparerai dalle cose piccole, dalla gavetta, come tutti, e con le tue capacità potrai diventare bravo”. La voce pacata e rassicurante di mio padre, coccolò il mio torpore insieme allo scrosciare della pioggia.
Non ero presuntuoso. Non ero più bravo o diverso dagli altri.

Volevo solo essere libero.
Volevo una Guiness con il trifoglio ricamato sulla spuma bianca e densa.
Volevo le mani di Giorgia sul mio petto.
Volevo che smettesse di piovere.
Volevo un panino con wurstel cipolline e maionese.
Volevo che Matteo avesse le forze per girare un’altra canna.
Volevo partire per CapoVerde.
Volevo prendere la decisione giusta.

Friday, November 03, 2006

Condor 177

“Condor 177 a Elmas mi sentite? Passo”

“Avanti Condor 177 vi sentiamo forte e chiaro. Qual è la vostra posizione?”

“Sorvoliamo Capo Carbonara, fra qualche istante saremo sull’obbiettivo a Capo Ferrato”

“Condor 177 quale obbiettivo?
“………………………………………………………………………..”

“Condor 177 mi sentite passo?”

“………………………………………………………………………….”

“Condor 177 qual è la vostra posizione?”
Il fruscio del nastro che moriva, si insinuò come un tarlo nelle nostre menti. Il silenzio tra noi, era talmente intenso, che il rumore di fine registrazione ci fece sobbalzare.
Quale obbiettivo?. Quale dannato obiettivo poteva avere l’elicottero della Guardia di Finanza, che si era alzato in volo il 2 marzo di quell’anno, per una semplice missione di controllo?.
Per 5 lunghissimi minuti nessuno proferì una sola sillaba.
Come mio solito, decisi di spaccare i nostri pensieri solitari e farli quantomeno incontrare.
Accesi lo spinello di maryuana che avevo accuratamente rollato, e mi rivolsi a Giulio, che passeggiava avanti e indietro tra la finestra e il tavolino dello stereo.

-Aspetta. Manda leggermente indietro il nastro e riascoltate attentamente-

“....ndor 177 qual è la vostra posizione?...shshsh..frrr …..click”
-Merda. Mi sembrava di aver sentito qualcosa prima della fine!-
Giulio e Matteo mi rivolsero un’occhiataccia.
Non ti basta quello che ti ho portato? disse Giulio con fare perentorio.
-Altro che avvocato, tu dovresti fare il ladro mio caro, sei sempre stato il numero uno nel fottere il prossimo- risposi.
-Io non vedo differenza- aggiunse sogghignando Matteo. Non lavori già per uno dei più famosi “ladri” di Firenze?-
-Ehi ragazzi, andiamoci piano con queste banalità…tra poco sarete avvocati pure voi…difendiamo la categoria..-
Matteo, fece una lunga boccata dopo che gli passai lo spinello. Ci guardammo complici sapendo che nessuno di noi due quell’anno, avrebbe sostenuto l’esame di stato per esercitare la professione.
-C’è un’altra cosa che vi devo dire ragazzi. Toglietevi tutte le velleità eroiche, se mai esse abbiano albergato nel vostro animo da pusillanimi. E’ stato apposto il segreto di stato su questa vicenda-
Era sempre un piacere ascoltare il tono dissacrante e plasticamente aulico di Giulio, ma quell’ultima frase fu come una frustata, di quelle che ti lasciano il segno, di quelle che ti fanno ricordare i libri letti, i film già visti, le discussioni interminabili che sembrano sempre rivolgersi a fatti lontani, buoni per inveire e difendere ideali, ma mai cosi vicini, mai così reali e vivi, davanti ai nostri occhi e le nostre orecchie.
Teo non leggeva romanzi. Lo annoiavano. Ma con voracità animale consumava ogni libro, ogni saggio sui grandi misteri del nostro paese. Ustica, stazione di Bologna, Italicus, erano la sua ossessione e passione. Stralci processuali, inchieste, libri di pentiti, di giornalisti di giudici e di presunti colpevoli. Sottolineava. Evidenziava. Ricordava. E s’incazzava. Esattamente un anno prima, era riuscito a portarmi a una manifestazione di commemorazione, organizzata dall’associazione delle vittime della strage alla stazione di Bologna. Smisi di leggere solo romanzi e giornali sportivi. E da quel giorno, cominciai a incazzarmi un po’ anch’io.
La porta del piccolo salottino si aprì improvvisamente.
-Allora maschioni venite a mangiare o no?-
La voce pacata, ma decisa di Sara, ci accompagnò in cucina dove ci aspettavano Chiara e una profumatissima pasta alle sarde.
Io e Teo eravamo visibilmente turbati, ma la fame chimica ebbe il sopravvento.
Eccomi qui, single davanti a due coppie, ormai mi accadeva sempre più di frequente. Ora potevo davvero dire di stare bene. Giorgia era un ricordo lontano, un piacere latente, una brace viva ma coperta di cenere.
Mi divertivo a guardare le scenette affettuose di Matteo. Mai mi sarei aspettato la sua decisione di andare a convivere con Sara. Cominciavo a pensare che l’immagine di me di me quarantacinquenne, ciuffo bianco e ruga sugli occhi, all’entrata di qualche discoteca per teenagers, si sarebbe potuta tramutare in realtà.
Sara era una ragazza carina, lunghi e voluminosi ricci neri, incorniciavano un volto pallido dai lineamenti dolci e regolari. Amava leggere e guardare film impegnati e noiosi, lavorava per la sede italiana di una ONG a Firenze. Calma e riservata. Perfetta per Marco. Quindi assolutamente lontana dalla donna che io avrei voluto.
-Ale ma uno straccio di donna proprio non riesci a tenerlo?-, mi disse sorridendo mentre versava nel mio piatto un altro po’ di spaghetti.
-Ma non vedi che è uno straccio di uomo?-, dissero quasi all’unisono Giulio e Matteo entrambi con la bocca piena.
Pioveva da due giorni. Ininterrottamente come piove a Firenze quando decide di piovere.
Era un aprile particolare per me e per Matteo, erano passati pochi mesi dalla nostra laurea. Io nel giro di pochi giorni avrei dovuto iniziare uno stage al quotidiano toscano La Nazione. Non avevo la minima intenzione di fare l’avvocato.
A dirla tutta non ne sarei mai stato capace.
Il mio amico era nella tipica fase che io chiamo di “riflessione plantare”, nel senso che rifletti e rifletti. E rifletti ancora. Pensi e pensi. Ma ti guardi sempre i piedi e non vai avanti, non apri gli occhi e non decidi.
Ci mantenevano i soldi di mamma e papà, e altre entrate occasionali, o non legali.
Ero rimasto l’unico dei miei amici che ancora comprava un pò di fumo, ma quell’erba, la fantastica cucina pugliese di Sara e l’ultimo cd dei Radiohead ci fecero mangiare e parlare di gusto.
Giulio e Chiara, la sua splendida quanto anonima fidanzata se ne andarono presto. Io rimasi fin che gli sguardi affettuosi tra Marco e Sara non si tramutarono in desiderio.
Non una sola parola fu detta, su quanto avevamo ascoltato insieme poche ore prima.
Fumai da solo la canna della buonanotte. Attraversai Pontevecchio, e la sua guardia giurata, colta da sonno incontrollabile n,ell’abitacolo freddo e scomodo di una panda bianca. Osservai una ad una le sculture sotto la loggia, in una piazza della Signoria deserta. Un sassofono riempiva di note tristi gli Uffizi, mi sentivo leggero mentre sotto il porticato di via dei Georgofili , pensavo che forse anche noi avevamo apposto il nostro personalissimo segreto di stato.

Monday, October 30, 2006

Io non ho paura

IO NON HO PAURA




Supero le prime case, quelle in prima fila. Quelle che ti svegli e sbadigli sul mare. Il rumore metallico degli ammortizzatori rompe un silenzio magico. Il lentischio accompagna il mio sentiero altalenante, l’arbre magique a forma di foglia di mariuana appeso allo specchietto, oscilla velocemente ad ogni buca che prendo. Un intenso odore di erba traspira dai sedili, credo di poter affermare con certezza che il precedente proprietario di questa macchina era tutto, fuorché un salutista.
Mantengo un’andatura lenta. Sono sul limite del costone di roccia sotto al quale inizia la spiaggia. Riesco a vedere i molti blocchi d’argilla franati nella sabbia. Passo radente ad una macchina appannata che si muove da ferma in maniera inequivocabile, la vela di un kitesurf all’orizzonte sembra quasi farmi da guida.
Avanzo lentamente per altri 50 metri.
Un’altra macchina. E’ quella di Matteo. Ci siamo.
Scendo sulla battigia sporcandomi l’abito di polvere argillosa, La spiaggia è deserta.
Ora il caldo è diventato estivo. Respiro a pieni polmoni, sento di nuovo un senso d’angoscia. Mi perdo nelle planate e nelle volute ascensionali dell’aquilone colorato che solca il mare e risale il vento. Penso che forse non è mai troppo tardi, per togliersi il rimpianto di qualcosa che non è stato fatto a suo tempo.
-Non è stupendo?-
Mi giro scattando come una molla. Dietro di me in maglioncino di cotone panna girocollo, jeans larghi, completamente rasato e luccicante al sole che batte, Matteo consuma gli ultimi tiri della sua immancabile marlboro rossa.
E’ un abbraccio corto. carico. eloquente.
-Avremmo dovuto farlo dieci anni fa ricordi?-, esordisce come se nessuna emozione l’avesse scalfito.
-Dieci anni fa non avevamo neanche i soldi per la tavola.
-Non è una questione di soldi Ale e lo sai bene. Ci siamo tolti tutte le nostre voglie. Quando erano forti. Quando erano passioni. Quella di volare sul mare non mi è ancora passata.-
Matteo non è freddo. E’ molto più sensibile di me. Ma non confesserebbe una debolezza o un suo problema, neanche sotto la più crudele delle torture.
-Quale altra voglia non ti è passata?-, lo apostrofo inchiodandolo con lo sguardo.
-Quella che da troppi anni tu hai smesso di avere!- Mi risponde senza distogliere per un solo attimo i suoi grandi occhi scuri dai miei piccoli e chiari.
Nessuno dei due ha mai ceduto per primo quando ci fissiamo.
Ha uno sguardo talmente determinato e duro, che sembra strano provenga dal suo viso tondo, dai lineamenti regolari e delicati.
Penso a quanto siamo diversi. E complementari. Forse proprio questo ci ha sempre unito. Una reciproca stima e la curiosità di scoprire e carpire i pregi che l’uno avrebbe voluto rubare all’altro, aggiungendoli ai propri.
-Caspita che salti che fa quello!- rompe il silenzio indicando il kitesurfista che sorvola le barche ormeggiate in acqua.
Annuisco, e provo la sua stessa invidia genuina nell’osservare quel tizio divertirsi un mondo mentre un aquilone lo porta in cielo e in mare.
-Dio santo ma che caldo fa?-
Marco mi guarda ridendo.
-Sai che ancora non riesco ad abituarmi a vederti vestito così? Lo so sono anni che te lo dico ma per me sei sempre un barbaro imprigionato in un completo..-
-Lo dici perché mi sta da dio e sei invidioso-
Non riesco a finire la frase, scoppiamo in una risata, mentre mi levo la giacca, sbottono la camicia, ed entrambi arrotoliamo i pantaloni sopra le ginocchia.
E’ una giornata meravigliosa. Il vento sta calando. Il sole è pieno e caldo sullo zenit e l’acqua rinfresca i nostri polpacci sulla battigia.
-Cosa hai scoperto Matteo?- chiedo improvvisamente. Una domanda secca. Uno schioppo di frusta inevitabile, che gli arriva dritto e atteso.
Sta per schizzarmi pigiando il piede sull’acqua, ma interrompo il suo movimento a metà.
-Dammi una sigaretta- mi chiede con decisione, senza guardarmi.
Una boccata lunghissima.
Ci sediamo poco più avanti, su due lastre di roccia liscia e levigata, tenendo i piedi sul pelo dell’acqua.
-Ale ci siamo. Ho trovato il tassello che ci mancava- parla con un’entusiasmo quasi infantile, ma con le gote infervorate di rabbia. Come se non vedesse l’ora di urlare tutto quello che aveva dentro. Come se non aspettasse altro, che buttar fuori tutta la frustrazione accumulata. Come se qualcuno ora potesse permettere tutto ciò.
Si bagna il cranio lucido. Lo massaggia, compiacendosi della sua perfetta rotondità.
-So dove sono i pezzi dell’elicottero-
Poche parole secche, scandite piano, mentre il suo sguardo si perde verso l’isola di Maldiventre, che grazie al cielo terso e limpido, oggi è perfettamente visibile a occhio nudo.
Rimango zitto e immobile.
-Per essere precisi, sto andando da chi mi dirà dove hanno nascosto quella dannata carcassa di elicottero-
Lo afferro per le spalle energicamente.
-Sei un dannato testardo. Avevamo detto che non ne avremmo più parlato. L’hai dimenticato? Ma chi ti credi di essere? Ma cosa cazzo credi di fare?-
Si libera in maniera brusca della mia stretta, riversandomi il fumo della sua sigaretta, e guardandomi per pochi e lunghi secondi accigliato e minaccioso.
-Tu hai giurato di non volerne più sapere. Tu specie di coniglio vigliacco hai smesso di rovinarti il fegato e cercare una ragione. Tu fai finta di non sapere nulla.
-Io non ho più paura-
Aveva dannatamente ragione. Quanto io avevo dannatamente motivo di avere paura.
Accenno un sorriso sdrammatizzante.
-Matteo, io forse per la prima volta dopo Giorgia son di nuovo innamorato. Amo il mio lavoro. Amo la mia vita e sono un fottuto egoista. E lo sei anche tu. Finiamola qui. Insieme abbiamo trovato il limite da non oltrepassare, insieme ora ci godiamo la vita consapevoli del marcio che c’è e che ci sarà-
Prendo fiato.
-Che centriamo noi? Abbiamo saputo anche troppo.-
-Sei patetico- Matteo sovrappone la sua voce impostata alle mie frasi.
Non so se mentre dicevo quelle stronzate avessi la faccia credibile. Non mi credevo neppure io.
Ci studiamo a lungo. Come sempre.
Un raggio di sole ci divide, e si riflette sulla sua testa rasata. Il mare liscio come olio scrive e cancella i suoi segreti d’acqua sulla sabbia chiara.
Un angolo della mia bocca si allunga gradualmente in una smorfia lievemente accennata. Non passano molti secondi prima che un’altra rumorosa risata ci travolga.
-Hai dimenticato tutto? Qualche sciacquetta ti ha annebbiato il cervello? Non mi dire che stai per cedere vecchio playboy da quattro soldi, ti prego fammi ridere ancora…- continua Matteo senza smettere di farlo insieme a me.
-Non ho dimenticato niente- affermo deciso strozzando le nostre risa.
-Ricordo tutto.-
Pensai a tutto quello che avevamo passato. Tutte le volte che avevo stretto le chiappe dalla paura. Tutte le volte che mi ero sentito un eroe vicino a scoprire qualcosa di grande. Tutte le volte che mi ero sentito impotente e stupido. Tutte le volte che qualcuno aveva frustrato i nostri tentativi di fare luce. Tutte le volte che arrivava il buio. La paura. La minaccia. La resa.
-Abbiamo fatto più di quello che potevamo. Son passati dieci anni da quella vicenda. Abbiamo detto basta nel momento giusto. Credimi-
Matteo aspetta impassibile come una sfinge, la fine del mio sfogo.
Poi, la sua voce scalda l’aria insieme al sole.
-Ale, ascoltami bene. Non è solo la paura che ci ha fermato. Ci mancava sempre qualcosa o qualcuno. Ora li abbiamo entrambi. Abbiamo smesso di cercare e ora abbiamo l’uomo che cercavamo. E’ l’uomo che può dare una risposta alle famiglie di quei due uomini. E’ il timbro che avalla tutto quello che si sa, ma che nessuno poteva provare-
Mario Zedda. Noi lo chiamavamo il fantasma. Era sempre stata la chiave tenuta nascosta. La variabile costante di tutta la vicenda. Costretto al silenzio. Costretto a sparire. Costretto a fare i conti con il suo senso di colpa.
Ora parla solo il mare. Tra noi un silenzio rumoroso, elettrico, carico di nuove speranze, e di vecchie paure.
-Come fai a esserne così certo? Perché proprio ora qualcuno dovrebbe parlare e rischiare la sua vita, per una disgrazia a cui nessuno pensa più?
Mi interrompe ricacciando le mie frasi in gola. Non avevo bisogno di risposta. Non mi sarei tirato indietro per nulla al mondo.
-Parto stasera per il Brasile-
Mi abbraccia forte.
–Sei con me amico mio?
-Son con te.-
Lo guardai allontanarsi sorridendo.
Doveva incontrare il fantasma. Dovevo solo attendere il suo segnale. Aspettare. Dovevamo batterli sul tempo.
-Il mare restituisce tutto!- urlò prima di salire in macchina e accendere il motore.
Non potevo fermarlo. Non volevo fermarlo.
Tutto era iniziato 10 anni prima. Per caso. Per gioco. Per rabbia. Per incoscienza. Ci cagavamo sotto. Come prima. Molto più di prima. Ma ci era tornata la voglia di ricomporre i pezzi di quel maledetto elicottero. Sapevamo cosa c’era dietro, ma non potevamo andare avanti. Ci credevamo di nuovo. Come due trentenni neolaureati confusi, immaturi, e incoscienti, che decisero di scoprire cosa era successo realmente, il giorno in cui il mare inghiottì per sempre l’ elicottero Augusta Condor 177.

Friday, October 27, 2006

In punto di morte

IN PUNTO DI MORTE



Mi crogiolavo nei miei pensieri osservando vecchie fotografie dei miei amici, frammenti di vita, pellicole stinte e ingiallite portatrici sane di ricordi per me sempre vivi. Adoravo lasciarmi accarezzare dal tepore del passato. Restare assorto e riviverlo. Tenere premuto il tasto “pause” per dilatare e sospendere. Diluire. Assumere lentamente una droga fatta di situazioni vissute. Una droga gratuita di cui ero il mio unico e personalissimo pusher di fiducia.
La canna del ritorno dall’ufficio, ovattava il mio silenzioso onanismo emozionale.

-Ale…….Ale……Ehi Ale il tuo telefono suona da 5 minuti. rispondi!-

La voce decisa di Silvia mi catapulta improvvisamente via dai miei ricordi, e come fin ora era sempre stato da quando è entrata nella mia vita, mi riporta alla realtà molto velocemente.
-Ora rispondo rilassati-
Numero privato.
Esito qualche secondo.
-Pronto-
-Sono Matteo-
-Caspita Teo! Che sorpresa! Ho tra le mani una nostra foto di dieci anni fa. Ti ricordi quando…-
-Ale dobbiamo vederci-mi interrompe subito con voce scura.
-Ma che hai..che è successo?..ehi-
-Prendi il primo aereo domani, ti aspetto in Sardegna ti chiamerò per dirti dove.
Matteo parla piano ma non lascia spazio a repliche.
- Non chiedermi altro. Non chiamare Sara, lei non sa nulla.
-Ma perché? che succede Matteo? Matteo..oh?

tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu tu tu tu tu……….

Rimango immobile con il telefonino in mano, occhi sbarrati e un senso di vuoto.
-Ehi tesoro eri con Dio al telefonino? Me lo passi che devo dirgli qualcosa pure io?. Ale ci sei?... Cos’hai?-
Silvia mi ruba lo spinello, fa un tiro e lo accartoccia nel posacenere di vetro sul tavolino del soggiorno.
Mi sfila la cravatta ascoltandone il fruscio mentre abbandona il colletto della camicia. Mi guarda curiosa.
-Niente…è tutto ok.-
-Mah…Dai muoviti che è pronto-
-Arrivo.-
Scappo in bagno. Conosco il mio amico da 24 anni. E’ successo qualcosa di veramente strano.
Qualcosa di grave… Non ho idea di cosa possa essere.
Non è vero un’idea c’è l’ho. Qualcosa sta ritornando dal passato.
Sono bianco in volto.
Il tono di voce di Matteo era stato molto più chiaro delle sue parole prive di motivazioni per il viaggio che domani farò.
Mi do una lavata al viso.
Devo cercare di non preoccupare Silvia, ricordo le regole e da oggi più che mai andranno rispettate. Prendo un gran respiro, chiudo il rubinetto apro la porta e sono quello di prima.
O quasi.
-Dai Ale che si fredda. Danno The Doors alla tele. Il tuo film preferito giusto?-
-Ah bene… Passami il sale per favore-
Consumo la cena in fretta, fingo interesse e partecipazione per quello che realmente è un film che adoro, e che proprio per questo ho già visto quarantacinque volte.
L’entusiasmo e l’allegria di Silvia, che insieme al suo sedere a mandolino mi avevano fatto innamorare 2 mesi fa, ora mi irritano e mi rendono nervoso.
Poca fame. Poche parole. Molti pensieri.

….This is the end..my only friend the end…....The blue bus is calling us..
Silvia canticchia rapita e felice sfiorandomi le mani.
Si caro Jim qualcuno ci sta chiamando. Non è un blue bus psichedelico. Non siamo nel deserto. Vorrei un peyote ora Jim.
-Come siamo seri…hai visto che culotte fantastiche mi son comprata?-sussurra lei sfiorandomi il lobo con le sue labbra calde.
-Si carine-
Pasto veloce. Divano bianco. Io e Silvia. Accucciati. Vicini, ma lontanissimi.
Le sue dita cominciano a insinuarsi come serpenti maliziosi sulle mie cosce, seguono con i polpastrelli le cuciture dei pantaloni, percorrono la cintura, risalgono la camicia lasciando sul loro cammino bottoni aperti e brividi di pelle tesa.
E’ un esile folletto dai capelli ricci e corvini, occhi leggermente a mandorla e bocca regolare. Sensualità filiforme, ingenua e spontanea, per la quale ho momentaneamente perso la testa.
La mia testa ora è sul collo. Il mio cervello sul comodino.
-Domani devo andare a Milano-
-Milano? –
-Abbiamo la committenza di un congresso e va pianificato subito-
-Uffi..ma mi avevi promesso che andav…
-Domani vado a Milano. Stop. -
-Mamma mia che nervosismo…non è che sta bussando qualche gallinella a questa porta- dice con voce da bimba sfiorandomi sul petto.- Non hai messo il cartellino occupato..?-
Comincia a fare la gattina. Tutte le donne sanno diventare feline, ma ad alcune crescono anche le vibrisse e gli artigli. Silvia era una di queste.

Facemmo sesso tutta la notte.
Non so come ci riuscii. L’ansia mi attanagliava. Ma era il miglior modo per non pensare, per scappare dalle mie sensazioni, per non parlare e confidarmi, per non farle sapere niente, per non preoccuparla. Proprio per questo cominciavo a pensare di amarla.

Il suono acido della sveglia spegne le mie misere ore di sonno.
Allungo il braccio e spengo l’allarme con le palpebre e le labbra incollate.
Sono in coma. Ho un sonno bastardo. L’ansia mi scuote il cervello come una scossa, come una caduta nel vuoto. Apro gli occhi e son dentro ieri. Ma devo affrontare oggi.
Silvia dorme. Meglio così.
Il mio tipico malumore post-risveglio tocca livelli mai raggiunti. Una sua mano tenta di fermare inutilmente il mio scatto verso le pantofole. Attraverso l’andito con il telo in mano.
Accendo la radio nel bagno.
…and all the children are insane…
Ancora i doors. Ancora The end.
Come una colonna sonora. Ancora Jim Morrison si sveglia con me ed accompagna le gocce d’acqua che scrosciano sul mio corpo, sul mio cervello, sui miei cattivi pensieri. Ma non li lavano via.
Costruisco un’ipotetica valigia da viaggio di lavoro. Annodo la cravatta. Annodo le mie parole in gola. Annodo un bacio alla donna che stanotte, durante i miei sogni agitati forse è entrata nel mio mondo, ma che ora al mattino non può ricordare nulla.
Sono davanti a un cappuccino fumante nel solito bar sotto casa.
-Una mezza naturale, grazie.-
-L’hai presa grossa ieri notte?-bofonchia Niccolò il barista che da anni fa iniziare bene ogni mia giornata.
Sorrido. Pago e mi dileguo tra avvocati, commesse, muratori e studenti, che affollano il banco del bar, in attesa della loro colazione.
Prendo un taxi.
-All’aereoporto grazie-
Io non ho paura. I vigliacchi non hanno paura. Fuggono prima di averla. Io sto andando a farmi venire paura.
Da tanto non beccavo un’hostess così bella. Una stangona bionda con due perle di smeraldo al posto degli occhi. Mi sorride. Lo fa con tutti è la prassi, ma il mio umore ne beneficia ugualmente.
Sguaino i giornali di gossip accuratamente nascosti dentro il Corriere della sera. Un volo in compagnia delle tette al vento dell’ultima velina è quello che ci vuole per arrivare in Sardegna.
Mancano trenta minuti all’atterraggio, mentre l’hostess mi serve un bicchiere d’acqua con la stessa accortezza che ci vorrebbe per un flute di Dom Perignon. Ha le mani ossute e unghie ben curate.
Riesco ad assopirmi nonostante l’alito fetido dell’anziano conterraneo, che lotta tutto il viaggio con il mio gomito, per il possesso del bracciolo della poltrona. La lotta estenuante finirà in pareggio.
-Benvenuti a Cagliari- Air-Sardinia vi ringrazia e si augura di ospitarvi a bordo…
Vaffanculo, siete gli unici che fate questa rotta e mi ringraziate pure di avervi scelto.
Scendo la scaletta e sniffo a pieni polmoni l’aria salata dell’isola.
Un sole pallido ma caldo, e la parlata strascicata mi trascinano nella mia terra e nel motivo del mio ritorno.
Fa caldo. Sono le 10 del mattino di un martedì di metà aprile e fa già un caldo boia.
C’è un discreto via vai di gente all’aereoporto di Cagliari. Molte giacche e cravatte, qualche longette e tacchi. E poi loro, gli studenti pezzenti.
Mi soffermo a guardarne uno che fa la fila per un panino. Ha tre valigie più grandi di lui,la barba lunga, i jeans sfatti. Inevitabilmente ricordo i miei ritorni, i miei pellegrinaggi universitari, i miei sogni.

-Ferrari! Alessandro Ferrari!-

Chi caz….

Una voce non del tutto sconosciuta mi fa girare di scatto, e fa scoppiare come una bolla i miei pensieri.
La dura legge degli aeroporti e delle stazioni. Qualcuno che non vuoi incontrare, alla fine lo incontri sempre.
Claudio Chiarelli, L’avvocato Claudio Chiarelli, vecchia conoscenza universitaria, mi guarda con occhi di finto stupore e malcelata superiorità.
Ascolto, annuendo a intervalli regolari, il pavoneggiante racconto degli ultimi dieci anni della sua vita, e mentre lo guardo impettito nel suo abito antracite, e impiccato in un nodo della cravatta più grande del suo cervello, noto che ha la braghetta aperta come quando lo conobbi all’appello di diritto privato, quindici anni anni prima.
Era diventato quello che sognava di essere. Un pezzo grosso. Un servile e preciso delfino di uno dei più potenti e influenti avvocati di Roma.
-E tu? come gira la vita amico mio- chiede squadrandomi da testa a piedi.
Alla parola amico, ho un piccolo rigurgito e rischio di sputare il nero del mio caffè sulla sua camicia immacolata.
-Non c’è male- dico, mentre pago i caffè e faccio per congedarlo.
Evita il mio tentativo svicolante, mettendomi fastidiosamente una mano sulla spalla. I miei nervi si tendono. Non ci siamo mai piaciuti. Non ci piaceremo proprio ora.
-Ehi e quel matto del tuo amico? Che fine ha fatto? Come che si chiamava?-
Matteo preciso io con voce metallica, alla sua finta dimenticanza.
-…Rassu…si Matteo Rassu, ma è vero che fa l’antiquario?? Incredibile uno come lui…mi piacerebbe rivedere anche lui. Perché non organizziamo una piccola rimpatriata?-
Sento i tendini pulsare.
-Porca miseria è tardissimo! Caro Claudio ti devo salutare. E’ sempre un piacere vedere che qualcuno emerge in questo paese di mediocri- Mi tende la mano, quasi impacciato dalla mia fretta ma visibilmente appagato dalla finta sviolinata.
Prendo la mia borsa e lo lascio lì.
-Allora a presto, Ferrari-
-Alzo una mano mentre gli volto le spalle incamminandomi. Poi mi fermo un secondo. Mi giro verso di lui: -Chiarè, stammi bene e… chiuditi la gabbia!-

Scendo dal taxi e cammino in una Cagliari intorpidita da un sole che ora si è fatto più intenso. L’odore del porto che assaporo fuori dalla stazione, si mischia alla tipica sensazione di salsedine appicicaticcia sulla pelle.
Guardo il traffico di macchine diviso in due dai filari di palme di Via Roma, a cui le bianche torri del palazzo del municipio regalano signorilità ed eleganza.
Cagliari per me è sempre stata comandante della nave e marinaio.
Devo chiamare Matteo.
Ho solo 1 euro. Conoscendo la capacità di sintesi del mio amico dovrebbero bastare.
Squilla.
-Si pronto-
-Matteo-
-Ale-
Silenzio.
-Matteo ho solo un euro in monete, dove ci vediamo-?
-Ah ah, sei sempre tirchio in ogni circostanza vecchio mio-
La sua risata calma mi rasserena, ma il suo tono si fa nuovamente serio e preciso.
-Prendi il primo treno per Oristano. Dovrebbe essercene uno tra dieci minuti, recupera una macchina e ci vediamo al mare, solito posto alle 14e30. Son stato chiaro?-
-Cristallino…figlio di puttana. Come diavolo la becco una macchina-incalzo di rimando-
tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu-tu…..
Mi metto in coda per il biglietto.
E se fosse uno scherzo? E se sto girando un film di serie c nel mio cervello iperstressato dal lavoro? E se questo maledetto avesse organizzato questa pagliacciata, solo per farsi un paio di giorni al mare con me come ai vecchi tempi?. E poi lui sa bene quante volte gli ho detto di finirla di giocare a fare l’eroe, son dieci anni che non se ne parla più.
Ho sempre avuto più paura di lui.
Non potrebbe scherzare su certe cose.
E io ho sempre più la convinzione che siano quelle cose.
Merda. Tre minuti e mi parte il treno. La biglietteria è deserta.
Chiedo invano a due ragazzine sedute lì vicino.
-Hei!-
Batto due colpi energici sul vetro e finalmente compare un grassone baffuto e unto. Camicia aperta, boccoli di pelo fuori e chiazze di sudore, si avvicina allo sportello e biascica qualcosa con la bocca piena. Afferro il biglietto e schizzo via.
Rido da solo, mentre corro tenendomi la cravatta con una mano e la borsa stretta nell’altra. Sto facendo un viaggio a ritroso con la mente, quaranta o vent’anni è sempre la stessa cosa.
Ancora rincorro tutti i miei treni
Riuscire a perderne uno in Sardegna è davvero un’impresa. Solo al termine della sigaretta di uno dei controllori, e dopo una lungo e intenso bacio tra un ragazzo in divisa e la sua morosa, la motrice emanando rumori sinistri si mette in moto.
Bentornato in Messico.
Il treno è pieno. Maledico il bigliettaio che m’ha causato il ritardo. Riesco a trovare un solo posto vuoto. Davanti a me, una suora con un neo peloso vicino al labbro, e accanto a lei, una donna sui 65 anni, dalle labbra finissime e colorate impudentemente da un rossetto fucsia quanto mai fuoriluogo.
Non ne sopporto la vista.
Corro ai ripari, chiudendo gli occhi, e mi lascio baciare dai raggi teporosi appena filtrati dal finestrino. Penso a Silvia.



When you try your best you don’t succed….

when you kept what you want but not what you need...when you feel

so tired but you can’ sleep...

Apro gli occhi d’istinto, cartello blu stazione di Marrubiu. Niente suora, niente rossetto fucsia. Una morettina carina dagli occhi grandi e scuri mi sta fissando e sorride, mentre ascolta il suo Mp3 a volume assurdo.
Devo aver russato come un orango asmatico.
Ricambio il sorriso. Imbarazzato mi aggiusto la giacca.
-Ottima scelta, anch’io adoro i Coldplay, ho tutti i loro Cd- le dico facendo l’indifferente.
Ma lei non può sentirmi e continua a ridacchiare.
Mancano pochi minuti ormai.
Mannaggia a te Matteo.
Ricevo una telefonata di Silvia, breve, ma sufficiente a rallegrarmi come solo lei sa fare.
Il tempo di mentirle spudoratamente, chiudere il telefono, e sentire ridacchiare la morettina, che stavolta ha spento la musica e sentito le mie bugie. Il treno si ferma.
Oristano.
Prendo la mia valigetta e rapido scendo. Nessuno di mia conoscenza nella piccola e silenziosa stazione.
Davanti al bar tre giovani militari e due ubriaconi. Più avanti due ragazzi fumano uno spinello, vicino a un vagone merci.
Mi accendo una sigaretta. Ho bisogno di una macchina. Meno persone chiamo meno spiegazioni devo dare. Valuto l’ipotesi di andare a trovare mia madre e mio padre. Scartata. Richiederebbe troppo tempo e troppe parole.
Ho una gran voglia di abbracciarli però..
Idea.
Carlo il carrozziere.
Problem solving. Ecco cosa vuol dire questa vuota frase da curriculum.
Uscire pulito da possibili casini.

Faccio una telefonata, qualche bugia di circostanza e sono sulla statale che mi porterà al luogo fissato per l’incontro, al volante di una Diane celeste completamente scassata.
Più mi avvicino alla fonte della mia ansia e meno ci penso. Guido con l’aria in faccia e la musica negli occhi.
Sento l’odore del mio mare che mi chiama. Una leggera brezza increspa i suoni, li diffonde spumeggianti, li unisce a quelli del mio amico e li riporta a me.
Siamo vicini.
Strada bianca,polvere calda, secca centroamericana. Il catorcio avanza, creando rumori mai uditi prima in un abitacolo. Sorrido, pensando alla faccia che farà Matteo vedendomi arrivare su questa macchina.
Ora non ho più paura.

Thursday, October 26, 2006

Resta così

Resta così


Che ne dici mi fermo qui?-
-Mi sembra ottimo. Scendiamo e fumiamoci una paglia davanti al mare-
Il maestrale che si era alzato con puntualità incredibile come quasi ogni pomeriggio, raffreddava una giornata invernale comunque soleggiata e splendida.
Parcheggiammo la macchina proprio davanti all’ultimo lembo di costa sotto al quale cominciava la spiaggia, diventata una sottile lingua di alghe nere e sabbia biancastra a causa delle mareggiate degli ultimi giorni.
Avremmo potuto gustarci la sigaretta seduti in macchina e guardare le onde incresparsi godendoci un pò di buona musica. Ma avevamo bisogno di sfamare le narici con l’odore del nostro mare, che da troppi mesi non assaporavamo.
- Per me è come una droga. Una sorta di brodo primordiale.- Stavo per lanciarmi in un mio tipico discorso infarcito di ricordi, melanconie, e strascichi di patetismo, ma Matteo ormai un paio di metri avanti a me non poteva più sentirmi.
I miei melensi flashback privati dei suoi commenti dissacratori e iperrealistici non avevano alcun senso.
Accesi la sigaretta in silenzio.
Aspirai avidamente e sorrisi nel vedere il mio amico contrito nella sua tipica postura. Bavero del cappotto nero rigorosamente alzato, mano sinistra a tenerne le due estremità sulla gola per evitare che un solo spiffero di vento potesse entrarvi, sguardo serio, quasi severo. Era teatrale e impostato e mi affascinava osservarlo e aspettare come avrebbe rotto il silenzio.
-Oh Ale…che pensi? Alle tue vecchie trombate in quella specie di grotta.. eh vecchio maiale?-
Annuii con ampi cenni del capo e pensai che forse era proprio lui il più melanconico tra i due. Poi con con due balzi cominciai a scendere sulla sabbia.
L’odore macilento delle alghe era intensissimo. Avevano quasi completamente invaso questa spiaggia che d’estate era invece un incanto. Riuscii comunque a saltare sopra una roccia e bagnarmi il viso e i capelli.
-Com’è?- da dove sei passato? urlò Matteo
-Da qui…dai taccagno, le ricompro io le scarpe se le bagni-
-Ma piantala! Certo che tu non hai problemi, sei sempre vestito come dieci anni fa…Johnny Depp dei poveri.. Giubbotto in pelle, maglia, occhiali da motociclista..ma piantamela e cresci razza di venditore di fumo-
Rideva come un bambino mentre mi sputava in faccia il suo sarcasmo e il suo finto disprezzo. Stavo per ribattere ma scoppiai in una risata irrefrenabile quando un pezzo di roccia argillosa crollò sotto il suo peso facendolo cadere come un salame sopra un letto di alghe puzzolenti.
-Non muoverti.. resta cosi-
Tirai fuori velocemente la macchina fotografica dalla custodia e fermai quell’immagine.
-Questa foto te la brucio… maledetto paparazzo…-
Ci saremmo presi per il culo anche in punto di morte.